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Garlasco, indagini nuove e tracce dal passato che parleranno?

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Un anno in piĂą si è aggiunto alla data, ormai lontana nel tempo, dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, la mattina del 13 agosto 2007. Nuove indagini, perizie, esperti in questi lunghi anni che non hanno ancora svelato un mistero che appare sempre complesso, denso, fitto di sussurri incomprensibili. Eppure sono quelle voci dal passato che possono guidarci in un labirinto di prove esauste o mancanti, di parole contraddette, di costruzioni e artefatti.
Nel computer di Alberto Stasi, condannato a 16 anni nel 2015, c’è la veritĂ  dell’ultima serata trascorsa col fidanzato dalla vittima: nessuna lite, nessuna visione di immagini oltraggiose e di conseguenza nessun proposito omicidiario che possa essere maturato durante la notte e scaturito da astio la mattina seguente.

Il 12 agosto la sera i due si fanno una pizza insieme, lei poi guarda annoiata la TV mentre lui scrive qualche pagina di tesi; il possibile maltempo allontana Alberto Stasi che torna a casa propria per provvedere al cane e di nuovo si reca nella villetta di via Pascoli. Cosa ha fatto Chiara sola col portatile di lui in sua assenza? Ha scaricato le foto del viaggio insieme, guardato foto di cuccioli e persino fatto qualche correzione al lavoro conclusivo degli studi in economia alla Bocconi del fidanzato. Nessuna visione di materiale detenuto da lui e sconosciuto a lei. Questa è la veritĂ  che ci hanno regalato l’ingegner Roberto Porta ed il perito informatico Daniele Occhetti (ex periti del Giudice Vitelli nel processo di secondo grado a Stasi). Sono stati infatti i due esperti a rianalizzare dati mai sondati della copia forense del Pc di Stasi e hanno scoperto che nessuna cartella contenente immagini porno era stata aperta da Chiara la sera prima del delitto. Peraltro risultano alcune chat tra Chiara e Alberto nelle quali la giovane confermava di conoscere quella cartella e di averla visionata d’estate al mare.
Altri sussurri si stanno trasformando in voci chiare, che spiegano, danno dettagli, danno orari, dicono nomi. Il giornalista de “Le Iene” Alessandro De Giuseppe, che ha trascorso gli ultimi 9 anni a ricercare in quel territorio una veritĂ  diversa da quella processuale, nella cittĂ  ammutolita da segreti e paure serpeggianti di nomi che non si possono fare e di cose che non si possono dire, avrebbe infatti trovato due testimonianze che potrebbero grattare via un altro pezzo di ottusitĂ  investigativa: due persone correlate alla vittima sono state viste in tempi e luoghi diversi da quelli dichiarati all’epoca. La nuova Procura, con a capo Fabio Napoleone, sembra che abbia ascoltato queste voci che verranno proposte il prossimo 11 gennaio nel noto programma televisivo. Non sappiamo cosa ne sia derivato o ne deriverĂ .
Ma il passato che ritorna potrebbe portarci anche l’amarezza, lo sdegno, di una giustizia non solo fallace ma immorale, qualora i sospetti sollevati da De Giuseppe sul DNA ritrovato nei pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi fossero accompagnati anche da prove fattuali. Il giornalista infatti paventerebbe addirittura un coinvolgimento diretto di investigatori nel costruire una prova contro l’indagato allora Stasi.
In particolare si parla della bicicletta da uomo bordeaux, che non corrispondeva alla descrizione fatta dalla testimone, la vicina di casa Franca Bermani, che disse di aver visto una bici nera da donna apoggiata al cancelletto della villetta di via Pascoli dopo le 9 del 13 agosto, ma per la quale si ipotizzò, ad opera della parte offesa, uno scambio pedali con un’altra bici nera da donna anch’essa non corrispondente alla descrizione della teste ma presente nel magazzino di ricambi del padre di Stasi, al quale si accedeva con un codice che lui non conosceva. Sui pedali della bici, dopo iniziali test presuntivi dei Ris con esito negativo (cioè non sembrava esserci sangue da nessuna parte), compare un certo quantitativo di DNA che viene identificato come appartenente alla vittima e che vale una condanna in Cassazione: un quantitativo tale che secondo non solo l’ottimo De Giuseppe ma anche a parere di molti genetisti, fra cui Fabbri e anche la Baldi, è tanto anzi è troppo. Si tratta di 2,78 nanogrammi di DNA “pulito”, ritrovato in posizioni non esposte a contatto con eventuale calzatura sporca o imbrattata, che si sarebbe materializzato, secondo quanto affermato dal giornalista, successivamente ad una telefonata da parte di una “persona che stava indagando” e che domandava di ricevere qualcosa, qualche prova, per incastrare “quel – titolo non ripetibile – di Stasi”. Su questa circostanza ovviamente indaga la Procura e non si sa nulla.
Adesso aggiungiamo qualche dato in piĂą per ripercorrere gli studi fatti su questi pedali:
I RIS secondo la perizia del 15/11/2007 effettuano Luminol sull’intera superficie e Combur test a campione, con esito negativo. Dalle superfici dei pedali fanno un unico prelievo bilaterale da sottoporre ad estrazione per il DNA. Tale campione, dopo un’iniziale risultato di inibizione alla quantificazione e successiva purificazione dell’estratto, risulta avere un volume finale pari a circa 40 ml e genera un risultato positivo con una concentrazione di DNA pari a 2,78 ng/ÎĽl che porta all’identificazione del donatore in Chiara Poggi.
PerchĂ© questo DNA non è sangue? PerchĂ© secondo quanto esposto nella Relazione Tecnica al GIP del 09/2009 dei dottori Fabrizio Bison, Carlo Robino e Lorenzo Varetto non solo i test presuntivi erano negativi, ma perchĂ© la natura ematica delle tracce non è stata accertata mediante test specifico immunicromatografico per l’emoglobina umana.
“Ciò che sappiamo, sulla base delle indagini precedentemente svolte dal R.I.S., è che sui
pedali della bicicletta era presente DNA di Chiara Poggi, proveniente da materiale di natura e localizzazione imprecisata”, infatti sottolineano che i successivi test non hanno piĂą fornito un profilo identificabile nĂ© riconducibile a Chiara e che non vi erano nelle tracce presenti le cellule tipiche del sangue ma piuttosto lieviti, funghi altamente presenti nell’ambiente. I periti rimproveravano il fatto che non fosse stato eseguito test immunicromatografico secondo la relazione inviata dal c.t. Cap. Marino il giorno 19 agosto 2009 dato che ” la quantitĂ  di DNA isolato dai pedali corrisponde a quella contenuta in un volume di sangue di almeno 1,5 microlitri, dunque circa mille volte superiore alla soglia di sensibilitĂ  della metodica” e non avrebbe inficiato test successivi.
Quindi si necessita di chiarimenti sulla natura di quel DNA e se fosse tale; da quale tessuto o liquido biologico provenisse dato che viene escluso il sangue; come mai si trovasse in punti di scarso contatto col piede; ma soprattutto perché non è stato fatto un esame possibile, non distruttivo e dirimente. Speriamo che oggi qualcuno possa risponderci.

Marilena Sottile

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